I Love Books: 63. Racconti dell'età del jazz


Racconti dell'età del jazz è stato il mio primo libro letto in formato e-book sul mio primo nuovissimo Kindle (che sto amando tanto e di cui tesserò le lodi in un altro post...).
E' stata anche la prima volta in cui ho scelto deliberatamente di leggere dei racconti, forma narrativa che, l'avrò detto mille volte, non amo tanto, preferendo la frequentazione lunga alla fugacità letteraria.
Questa congiunzione di prime volte ha reso il libro affascinante a priori e ha dato alla mia lettura un tocco in più di entusiasmo da principiante/esploratrice. Nuovo supporto, nuova scelta di genere, (quasi del tutto) nuovo autore.

Di Fitzgerald avevo letto solo Il grande Gatsby almeno una decina di anni prima del suo revival commerciale post-film di Baz Luhrmann; non era scattato alcun entusiasmo particolare, ma all'epoca ero una liceale e forse non avevo la maturità giusta per entrare dentro lo stile, il disagio e il senso degli anni di Fitzgerald.

Questi racconti, complice anche l'adrenalina da novità di cui sopra, mi sono piaciuti abbastanza, anche se non tutti allo stesso modo. Il problema dei racconti per me è proprio questo: l'altalena continua di gradimento tra l'uno e l'altro, per non parlare degli addii bruschi a personaggi appena conosciuti, della repressione del desiderio di approfondimento, ma questa è un'altra storia...

Ci sono delle perle dentro questa raccolta: per me brillano più di tutti i racconti della sezione Fantasie e in particolare Il diamante grosso come l'Hotel Ritz, Lo strano caso di Benjamin Button e La strega rossiccia (quest'ultimo più di ogni altro). Sono surreali, ma profondamente umani e inquieti.

Non fatevi ingannare dal titolo della raccolta: della cosidetta "età del jazz" non viene mostrata la parte luccicante, sfrenata e ipervitale, ma la sua dimensione più drammatica e disincantata. Ci sono feste da ballo, c'è l'alcool, ci sono donne bellissime e amori forti, c'è ricchezza dorata e tintinnante, ma tutto ciò ha un sapore di fondo triste e amaro, in certi casi perfino disperato, tragico.

Non a caso a fine lettura mi è rimasta addosso una malinconia che era quasi una voglia di piangere, manco avessi letto racconti sulla Grande depressione.

Al di là di questo e della mia alternanza di picchi e precipizi di apprezzamento (certi racconti li ho trovati insensati), il comune denominatore che ho amato sempre è stato la scrittura di Fitzgerald, la sua prosa elegante, ricercata, quelle frasi in cui basta un aggettivo in armonia con un sostantivo a creare una suggestione perfetta, romantica.
Fitzgerald era uno scrittore nato, di questo sono certa.

Non sono invece certa che mi piaccia davvero e che riesca a trarre beneficio dalle sue opere; ho già acquistato Tenera è la notte, ma per adesso non me la sento di leggerlo, ne ho quasi paura.

Commenti

  1. Bellissimo Tenera è la notte e anche Di qua dal paradiso. Sono struggenti.
    Anch'io ho il Kindle ( è da lì che sto scrivendo adesso...) È comodo e i libri costano meno. Certo che un libro di carta ha sempre qualcosa in più...

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    1. proprio perché sono struggenti e so che empatizzerò voglio aspettare un altro po' prima di leggerli!
      Il fascino senza tempo del libro di carta non si discute, ma la comodità e la possibilità di comprare grandi libri a prezzi ridicoli è una svolta notevole :)

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  2. Un libro di carta ti solleva più di un libro di pixels. Diciamo pure che, nonostante l'era della multidimensione, l'e-book appiattisce le sensazioni.

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    1. quello che di solito mi risolleva è il contenuto e non il supporto! Chiaramente il libro di carta è più affascinante, profumato e "vivo"e tenerlo in mano fa sentire più seducenti, ma l'emozione della lettura arriva intatta anche attraverso il kindle (io mi scordo proprio che sto leggendo su un cosino digitale, non ci penso affatto, mi immergo nel libro come farei se fosse di carta!)

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  3. Prima o poi dovremo inventare un modo un po' più originale per dire "Sono d'accordo con te"! Che Fitzgerald fosse un ottimo scrittore lo penso anch'io; il suo talento credo sia oggettivo (se di oggettività si può parlare in relazione alla scrittura), però quando leggo i suoi lavori mi lascia sempre un "mah". Non è male, ma non mi prende veramente. Non riesco a capire perché, mi dispiace anche, ma non sono in grado di individuare il problema. Percepisco nei suoi libri, a livello inconscio, il suo essere un troppo "calcolatore". Ho l'impressione che i suoi siano personaggi troppo perfetti, anche nei loro difetti, organizzati a tavolino quasi, e sottopelle avverto un'automatico sospetto. Ovvio che ogni libro si basa su organizzazione, riflessione e studio, però con Fitz mi arriva un che di artefatto.
    Non so se ha molto senso quello che ho scritto ma, quando si parla di sensazioni, spiegarsi è quasi impossibile.
    Abbraccio.

    Mary

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    1. I agree su tutta la linea (hai ragione, sono d'accordo ha stufato! ;)) In pratica è la stessa identica sensazione che provo io e hai saputo renderla benissimo.
      A Fitz però voglio dare un'altra chance prossimamente...

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